Lucia: Ma non doveva essere un pranzo veloce?
Renzo: Infatti stiamo usando i piatti di plastica.
giovedì 3 settembre 2009
Fotoracconto di un veloce pasto domenicale
Scritto da
Andrea Ferrigno
alle
10:47
Categorie branciforti, ceramica, cucina, diario di coppia, forme, gelo, ravioli
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10 commenti:
Finalmente la semola! ;-)
Non ho capito di cos'è fatta quella gelatina a forma di pesce.
Uh, bella domanda. Quella è una cosa fatta col mosto dalle mie parti sicule durante la vendemmia. Si chiama "'a mustata", italianizzato volgarmente in "mostarda", cosa che in lombardia crea equivoci.
Il mosto viene deacidificato con la cenere di magghiola (ehm, cenere di tronchetti di vite), fatto bollire e addensato con la semola. Poi si mangia ancora calda con granella di mandorle, oppure si fa solidificare nelle forme. Una roba povera di campagna.
Non avevo la cenere, così ho usato del bicarbonato.
Ah, ecco! Mio padre (catanese) me ne parlava sempre: qualche volta l'ha pure provata a fare, ma non ne ho un gran ricordo.
Altrimenti detti "mastazzola" (mostaccioli).
Però per fare addensare è meglio la 00...
Vi invidio molto quello stampo a forma di pesce con la faccia da scemo. Sarebbe ideale per sformare il finto pesce, del quale mi cibo nascostamente con grande libidine, e che mi mette allegria perché va proprio messo nel piatto a forma di pesce, con l'occhio di cappero e le squame di cetriolini.
@Esmé
(nota antropologica)
Trattasi di forma calatina (ovvero di Caltagirone), la prima (e per ora unica) della collezione. Questo è il sito dell'artigiano di fiducia:
http://www.ceramichebranciforti.it/
Mia madre ne ha ereditate un centinaio dalla sua, che a sua volta le aveva ereditate dalla sua. Ce ne sono alcune che hanno un aspetto arcaico, più che vetusto.
Bellissime quelle con soggetti religiosi, ci ho sempre provato un gerto gusto a mangiare la testa della beatavergine.
Mi sembra un po' piccola e poi non credo che la libidinosa mappazza si stacchi facilmente dalla forma calatina. Proverò prossimamente.
@ Verrocchio:
devo ammettere che quella qui proposta, come mostata era irriconoscibile.
Ci vuole il mosto di calabrese e frappato, ci vuole la cenere di magghiola, ci vogliono le mandorle tritate, ci vuole il calderone di rame con dentro il coccio.
Ci vuole la stanza delle caldaie, semibuia, col forno a legna in un angolo, i fuochi accesi sotto i calderoni, i grappoli d'uva appesi ad appassire, le scorze di arancia a seccare.
Del resto perché ho passato dell'uva fragola al passaverdure e l'ho deacidificata col bicarbonato? Per rivivere tutto ciò. Mangiavo la schifezza cittadina e pensavo alla campagna, ai nonni che non ci sono più, al cane Argo che mi aspettava fuori. Etc, etc, etc.
Lucia, che non ha vissuto nulla di tutto ciò, ha assaggiato un budino, ha detto "non male" e finita lì.
@Tommi:
Mia nonna e sua comare a momenti si toglievano il saluto a causa di questa diatriba, occhio. :D
Ma io faccio porzioni per uno: fintopesciolini.
(notazione tecnica: per sformare basta ungerlo).
Bellissimo il dolce gelatinoso violaceo, arcaico ed estetico.
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